BOBBER&CHOPPER

Bobber, chopper, cut-down, hot rods. A pronunciarle velocemente e ad alta voce ci si ritrova magicamente trasportati sulla 8 Mile, trasformati in un rapper che spara rime taglienti. Invece, come molti sanno, sono stili di customizzazione. Tutta quella serie di modifiche e personalizzazioni, a volte estreme, nate ben prima delle amate, talvolta luccicanti, a volte nero opaco, cafè racer e special assortite.

Dennis Hopper a zonzo sul suo chopper in Easy Rider.

Lo stile chopper può non piacere, ma non si può non riconoscerne il valore, come invece è legittimo farlo per la trap music.

Gli smanettoni esistono da sempre. Aggiungiamoci che, negli anni ’40 e ’50 del secolo scorso, la produzione e la vendita di motociclette era già una realtà e che di moto, in giro, se ne cominciavano a vedere parecchie. Cominciavano ad apparire anche nei film! Allora ecco che nella mente del motociclista di allora deve essere scattato un interruttore del genere “Johnny si è preso anche lui la Triumph. È uguale uguale alla mia!… Aspetta, ho un’idea: la modifico.” Così deve esser nata la prima personalizzazione di una motocicletta. E giù via a smontare parafanghi, serbatoio e pedivelle. Giù a sostituire la marmitta e a togliere le inutili e pesanti lamiere. Via la sella da cavallo, sotto con lo strapuntino del trattore (sì, si usavano i sellini dei mezzi agricoli) e ‘fanculo il passeggero. I più arditi mettevano mano ai cuscinetti, ai collettori di aspirazione, al carburatore. I pazzi arrivavano a scasinare telai e forcella. Ecco i primi Bobber. Togliendo il parafango posteriore e la sella del passeggero si aveva la coda mozza, bob-tail, da qui il nome. Pezzi unici e spesso inguidabili. Alcuni si tenevano in piedi con le fascette e frenavano a suon di preghiere. Se mai frenavano. Era l’evoluzione dello stile Cut Down applicato alle Harley negli anni ’20. Evolverà a sua volta nello stile Chopper degli anni ’60.

Brad Pitt su una delle sue tante special. Questa è giapponese su base Harley.

Poi pian piano, oltre l’estetica pura, si è cercato di tener conto anche della funzionalità, dell’usabilità. Serbatoi peanut, cioè a nocciolina, meno capienti ma assai più leggeri. Altezza libera da terra un po’ maggiore. Molle migliorate e geometrie meno stravaganti. In tre parole: configurazioni più pratiche.

Ecco il discorso sulle custom semplificato all’osso. Giusto qualche cenno. Sarebbe lunghissimo e tedioso analizzare tutte le correnti e le derive di questa cultura. Le custom svedesi con le forcelle lunghe 4 metri, le giapponesi, le Flatheads, Panheads, Shovelheads, Softail, Pro-streets, Low Rider… Dai, non se ne esce. Che poi queste custom vengono benissimo disegnate. Di disegni ne ho fatti tre, ma a farsi prendere la mano ce ne sarebbe una vagonata. Due sono famosissime: il chopper di Dennis Hopper in Easy Rider (è sempre raffigurato quello di Peter Fonda, il Capitan America.. diamo un po’ di lustro anche all’altro!) e quello rimediato da Bruce Willis in Pulp Fiction. Sì, il chopper di Zed. Chi è Zed? Zed è morto, baby (cit.). La terza è una special giapponese su base Harley. Una delle numerose moto di Brad Pitt, grande appassionato e collezionista di motociclette, specialmente custom.

Bruce Willis sul chopper di Zed rimediato in Pulp Fiction. Chi è Zed?… Zed è morto, baby.

Testo e disegni di Gianpaolo Bertoncin, dalla rubrica The Junkers sul n.58 di Ferro Magazine, Aprile 2020.

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