LA GRANDE (VERA) FUGA

QUESTA È UNA STORIA DI MOTOCICLISTI EROI. TIPO STEVE McQUEEN CHE IN MOTO SALTA IL FILO SPINATO SUL CONFINE SVIZZERO, SOLO CHE QUESTO È SUCCESSO DAVVERO.

Paddy Doyle, Fred Rist e Jackie Wood in sella alle loro BSA

L’ISDE (International Six Days Enduro, detta anche Olimpiade delle Moto), nata nel 1913, si svolge ogni anno e assegna il titolo di Campione del Mondo Enduro a squadre nazionali. Dura sei giorni ed è composta da diverse prove su tracciati chiusi, strade aperte al traffico e circuiti.
Nel 1939 l’ISDE si chiama ancora ISDT (International Six Days Trial) e l’organizzazione tocca alla Germania. L’anno prima L’Austria è entrata nel Terzo Reich. Hitler è austriaco e in Austria ha la casa di villeggiatura. Ogni tanto torna al paese per le vacanze, che c’è l’aria buona. Secondo voi dove organizzano l’Olimpiade delle Moto? A Salisburgo. In Austria. Strano.
La guerra incombe e un po’ tutti hanno capito che sarà un conflitto meccanizzato. Si punta molto sui mezzi meccanici. Motociclette incluse.
L’esercito britannico conta sui motociclisti militari e l’ISDT è il test ideale per metterli alla prova.
Già nel ‘38 la gara aveva visto la partecipazione dell’esercito reale, nel Galles.
Però sia piloti che moto, paragonati alle squadre di civili, sono parecchio indietro. C’è molto da fare. Ci si butta a testa bassa nello sviluppo di nuovi mezzi e ci si allena duramente. La guerra incombe e ognuno fa la sua parte. Anche i motociclisti fanno la loro. Magari piccola, ma spesso strategica.

Nel ‘39 l’Inghilterra assicura alla popolazione che la guerra è improbabile. Andrà tutto bene. Si canta sui balconi. Sventolano bandiere di pace. Andrà tutto bene. Ok. Ma allora perché scavate trincee nei parchi pubblici, preparate rifugi antiaerei, pubblicate piani di evacuazione sui giornali? Non fate domande. Non preoccupatevi. Andrà tutto bene. Ah ok. Speriamo.
I risultati arrivano. Travers Trophy Trial. Cotswold Cup. Molte gare vinte. Tante squadre civili e produttori blasonati battuti. Tutto questo grazie a un trio imbattibile: Paddy Doyle, Fred Rist e Jackie Wood (sì, quelli che ho disegnato qui sopra).
In vista della 6 Giorni di Salisburgo vengono selezionati e riuniti in una base militare inglese 12 piloti che per 11 settimane si spaccano schiena e fondoschiena in sella alle moto. Ma anche ginnastica ritmica, nuoto, cambio gomme, sostituzione cavi e frizioni, assemblaggio carburatori. Si lavora senza sosta. Le prove giornaliere sono anche di 200 miglia. Si rientra la sera piegati in due. Si fa la manutenzione della moto nel proprio alloggio, con gli occhi che si chiudono. La mattina ispezione alle 8:30 e riparte la giostra. Si punta al Trofeo Hühnlein, che è il premio assegnato alla migliore squadra militare.
Ad Agosto viene scelta la squadra della Royal Army.
BSA, Norton e Matchless accettano di preparare i mezzi e di fornire un assistente.
Si discute se andare in territorio nazista. Churchill parla alla radio. Butta male. C’è paura.
Poi la decisione: si va.
Verso metà Agosto la squadra militare parte verso Salisburgo. Accompagnati da un convoglio di oltre 50 concorrenti civili, team, club, produttori e compagnia.
Si arriva con un po’ di anticipo per saggiare le strade continentali. È pieno di insegne naziste. Svastiche ovunque. Tantissime divise. Pantaloni alla zuava. Capelli biondi con sfumature altissime. Non sembra per niente un evento civile. Decine di motociclisti NSKK, Luftwaffe, SS (che non sta mica per Super Sport). Hitler poi è lì, a 10 chilometri, nella casa di vacanze, spesso affacciato al balcone. Oh, ma avremo fatto bene? Vabbè ormai ci siamo, restiamo che ad andare via diamo ancora più nell’occhio.
Finalmente si comincia.

Primo giorno. Non bene. Berry su Norton centra un cane, cade e spacca la manopola del gas. Sarà la paura di restare lì tra le svastiche, sarà l’orgoglio, rimonta in sella e conclude tirando a mano il cavo nudo. Smith su Matchless si schianta su un autobus. Forche piegate ma oh… si va lo stesso. Riley su Norton buca il serbatoio. Sembra la Coppa Cobram. Il trio Rist, Doyle e Wood invece fila via liscio. Almeno loro.

Secondo giorno. Moltissimi i ritiri. Tra questi Berry, che ha montato una manopola di riserva ma non funziona. Ritirato. Riley, che ha sigillato il serbatoio col sapone e rischia di saltare in aria con tutta la moto. Ritirato. Smith, che cede alle forcelle piegate e al cerchio rotto. Ritirato.

Terzo giorno. La Francia ordina ai francesi di abbandonare. Via di lì. Non è più sicuro. Quella sera sono tutti intorno alla radio. Ascoltano il radiogiornale della BBC. Qualcuno accenna che forse anche i britannici dovrebbero tornare a casa. I team manager storcono il naso. I civili inglesi guardano la squadra dell’esercito. La squadra dell’esercito è perfettamente calma. Ok, restiamo.

Quarto giorno. Gli NSKK e le SS sono scatenati. Ginocchia a terra, gomiti pure. Tengono ritmi forsennati col motore fisso in fuorigiri. Sono indemoniati. Fanno numeri stupefacenti. Ecco, appunto. C’è una spiegazione farmacologica, si chiama Pervitin. È un farmaco tedesco, ordinato dalla Wehrmacht e distribuito in milioni di dosi ai soldati, che più avanti combatteranno per giorni e giorni senza tregua. I nazisti si sono ispirati alla benzedrina usata dagli atleti statunitensi nelle Olimpiadi del ’36, in Germania. Molti anni dopo quel farmaco si chiamerà crystal meth, ma questa è un’altra storia.

Quella stessa sera la Norton chiede alle sue squadre di ritirarsi e tornare immediatamente a casa. Il console britannico, dietro ordine del Ministero degli Esteri, fa lo stesso con i suoi sudditi. Gli organizzatori, tutti nazisti, promettono che in caso di problemi sarà garantito un passaggio sicuro fuori dal paese. Ma niente. Le squadre civili fanno armi e bagagli e se ne vanno.

Quelle militari restano. Nessun ordine dal Ministero della Guerra. I piloti esultano. Non è solo una questione di protocollo, ne va del loro onore. Avanti tutta.

Quinto giorno. All’alba tutti i civili hanno fatto le valigie, caricato i mezzi e sono partiti. I militari, tirate fuori le moto dai box, hanno puntato nella direzione opposta, gas spalancato e via a derapare su per i tornanti. Tutto sommato l’atmosfera è tranquilla. Il panorama splendido. Le moto rombano. Sembra quasi bello.

A rovinare la festa, nel pomeriggio, saltano fuori degli ordini emessi dal Ministero della Guerra due giorni prima. Ancora prima che ai civili britannici fosse detto di partire. I documenti, misteriosamente ritardati, parlano chiaro: la squadra militare deve abbandonare immediatamente e dirigersi in Svizzera. Panico. La squadra dell’esercito inglese è ancora in gara e procede anche bene. Non ci sono auricolari, gps, cellulari.

Si attende la fine della giornata. Quando i piloti esausti tagliano il traguardo, trovano i nuovi ordini: le cose si mettono male, partire immediatamente.

Sì va bene, partire. Sembra facile. Ma in quelle ore essere un soldato in movimento su territorio del Terzo Reich non è per niente sicuro, a meno che tu non sia un soldato nazista.

Oltre un milione di truppe tedesche inizia a muoversi nell’oscurità della notte.

L’invasione della Polonia è fissata per le 4:30 del mattino (Hitler esiterà, ma questo ancora non si sa).

Il contingente britannico corre per tutta la notte verso la Svizzera. Sono in sella da ventiquattr’ore, se si considera la gara. Sono esausti. Piove a dirotto e fa freddo. Vengono fermati e interrogati a lungo dai soldati tedeschi finché non interviene Grimm, un ufficiale di collegamento tedesco, che spiega la situazione e li libera. Andate piano. Loro vorrebbero solo riposare, scaldarsi, dormire, mangiare e poi dormire ancora. Ma salgono in sella e ripartono, a fari spenti nel buio, sotto la pioggia fredda. Gas aperto tutto. Andate piano un corno.

Si narra che più di uno e più di una volta si sia addormentato alla guida, salvato dal cordolo.

Sesto giorno. La squadra dell’esercito britannico, invece di conquistare l’Hühnlein Trophy, entra in Svizzera e guida quasi senza sosta attraverso il nord della Francia fino ai moli di Calais. Verso casa.

La grande fuga di alcuni motociclisti eroi.


Testo e disegni di Gianpaolo Bertoncin, dalla rubrica The Junkers sul n.57 di Ferro Magazine, Marzo 2020.

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